Viola di mare nasce da una storia vera, da un amore impossibile. In un’isola siciliana, in piena vicenda garibaldina, Pina si innamora di un’altra donna e per poter vivere questo amore proibito, sfuggendo alla furia di suo padre e alla grettezza del paese, accetta di vivere travestita da uomo per il resto della sua vita.
Ispirata a una vera vicenda siciliana – raccontata in modo avvincente da Giacomo Pilati nel suo romanzo “Minchia di re” – la storia di Pina riflette anche la Storia più grande del Risorgimento italiano. La menzogna del suo corpo travestito è anche la menzogna di un Paese che in quegli anni sta nascendo, fra promesse tradite e speranze disattese. Tuttavia la ribellione di Pina, la sua sfida, il solco doloroso della sua vita divisa in due, saranno per l’isola anche segnale di un possibile cambiamento: un esempio di libertà che andrà a incidere sugli animi più della legge dei potenti, fatta di promesse e di catene.
Isabella Carloni – attrice e cantante che ha lavorato con artisti come Carlo Cecchi, Marco Baliani, Toni Servillo, Elio De Capitani, Franco Branciaroli, Giancarlo Sepe, e per maestri musicisti quali Giovanna Marini, Carlo Boccadoro e Filippo del Corno – è impegnata da anni in un progetto di drammaturgia della voce che l’ha portata già a esprimersi con successo anche come autrice. In questo spettacolo, dichiara nelle sue note di regia, “la scena si apre su un tempo sospeso. Il tempo dell’attrice, che è il nostro, e il tempo di Pina/Pino, in attesa. Entrambe segnalano un travestimento e aspettano di offrire il loro “ritratto” al pubblico sguardo. In quella attesa riaffiorano, come soprassalti di memoria, tracce di esistenza. A tratti, improvvise scritte di luce titolano i passaggi di vita di Pina/Pino, la costringono a precipitare in storie rimosse, a svelarne, perfino a sé stessa, attraverso un monologare intimo, che a tratti si fa narrazione, risvolti segreti o nascosti. La memoria, allora, diventa anche una intima resa dei conti.
La metamorfosi del corpo femminile in quello maschile, che segna la storia di Pina, lasciandola perennemente in bilico tra due identità, si esprime nel corpo-voce dell’attrice, nella sua fisicità inquieta, nelle sfumature che ne raccolgono gli stati emotivi. Eccola allora circoscrivere lo spazio in un percorso di spostamenti essenziali, e dilatare o accelerare il tempo nell’invisibile della memoria, facendo rivivere i luoghi dell’isola e quelli dell’anima. Eccola iscrivere sul suo corpo altre figure: il prigioniero Cecè, la figura grottesca della madre, il duro profilo di suo padre, l’angelico apparire del suo amore, Sara.
La scrittura drammaturgica si sviluppa con la medesima essenzialità del lavoro attorale: sedimenta, dal testo originale di Giacomo Pilati, quelle sequenze indispensabili a coagulare la vicenda sulla scena, a renderne memorabili i passaggi.
Senza rinunciare alla forza pittorica della scrittura di Pilati, la drammaturgia si nutre di quella scrittura, dei suoi colori e di quelle atmosfere, facendole precipitare nel “cuore di tenebra” della storia.
Le sonorità, create da Alfredo Laviano, a volte come echi di lontananze, a volte come anticipo dei combattimenti interiori della figura sulla scena, segnano, nello spettacolo, il tempo dell’azione, individuano i passaggi, interrompono o spiazzano il fluire della memoria, come una partitura drammaturgica parallela.
Nello spazio, pensato da Giancarlo Gentilucci, si staccano come affioranti dalla crosta del tempo pochi elementi scenici che, assieme alla luce, creano i luoghi della memoria, inventano squarci che diventano luoghi, tagli che ospitano spazi, che si fanno botola, mare, ritratto.”