C’è un unico essere che si muove intorno a te, perfino dentro di te, ed è il macchinista della giostrina, il burattinaio, che fa ruotare tutto attorno a te, in un moto impietoso folle ostinato, perché insensato e sempre uguale a se stesso. Ma a sentir bene s’ode una voce o forse due che si accavallano che urlano e si smorzano l’una nell’altra in un turbinio che spezza il fiato di preghiere e insulti e sputi, fino ad annullarsi in un urlo indistinto e perciò stesso atono: è il suono della disperazione, che a un certo punto si spegne in fondo all’anima, un’anima assopita, afona, che non ce l’ha fatta a rompere gli argini del suo isolamento. E il cuore rassomiglia a un carillon atono. S’è mai udito?! E non è la quiete dopo la tempesta di leopardiana memoria, no, è un vuoto senza fine, inconsolabile irrisarcibile per la vittima dello stalking. Perché ha vestito a lungo i panni di una bambola di pezza farneticante – quando non di una bomba ad orologeria pronta da far implodere a comando – che steccava come un carillon opaco caricato e incantato, cui bastava tirare la corda e a comando strepitava stonava scordava.
Era un cuore incantato da un sortilegio meschino.
Non c’è chiave di lettura che tenga per capire l’inamovibilità che scatta dentro la vittima: sei attonita e nulla può succederti se resti ferma; sei ridotta a una preda, e la preda in quanto tale sa bene di essere un animale piccolo e indifeso e che il suo segugio è lì in agguato ed annusa tutti i tuoi movimenti, che sente come uno squalo la tua paura che lo eccita, per cui ogni passo falso può essere l’ultimo per lei. E allora non resta che il silenzio e il retrocedere entro un guscio che si chiama isolamento: e lo stalker ha già segnato un altro punto, che si chiama però autogol.